di Francesco Pirone*
Il rilancio della domanda di lavoro è senza dubbio tra le priorità economiche e sociali del nostro paese. La crisi economica ha portato via, tra il 2008 e il 2013, un milione di posti di lavoro[1] . Sono poi peggiorate le condizioni di lavoro, con una sempre più ampia quota di persone, soprattutto di giovani alle prime esperienze professionali, impiegati con contratti atipici. Si fa sempre più diffusa l'esperienza drammatica dell'assenza di lavoro, ma anche quella della cattiva occupazione che espone ai rischi della precarietà e dell'insicurezza sociale.
Si può, per questo, concordare con le motivazioni del governo Renzi sull'urgenza di intervenire con misure per incentivare l'occupazione e combattere la precarietà. L'iniziativa legislativa di primavera, però, promossa a partire dal Decreto Poletti[2], non solo ha riguardato una parte molto limitata del più generale Jobs Act presentato a inizio anno dal segretario del PD, ma ha proposto delle misure che a una prima analisi non sembrano in grado di raggiungere gli obiettivi dichiarati di “aumentare le assunzioni a tempo indeterminato e, allo stesso tempo, scoraggiare il ricorso a forme di lavoro precario”, anzi vanno nella direzione opposta.
